martedì 11 marzo 2014

MINDKILLA Gang gang dance

NOMAN'S LAND

Il diario volò circa due metri e mezzo più in là. Continuò ad allacciarsi le scarpe bestemmiando tra i denti. L’auto era lontanissima.
“Ngul’a mammt…”.
Si alzò in piedi e si sistemò lo zaino sulla pelliccia sintetica. Raccolse il diario. Sulla quarta di copertina c’era solo un po’ di polvere, che le mani dalle unghie corte, curate e smaltate di giallo spazzarono via. L’auto era invisibile.
“Quello ti stava pure a guardà, Mo!”, Cecilia sbatteva a stento le ciglia incollate dal rimmel. Si si… continua a comprà i trucchi dai cinesi che un giorno ti casca la faccia. Lei li prendeva nel negozio al centro di Corso San Giorgio. Veramente, ormai, aveva trovato pure chi glieli regalava… quella mattina era la volta del rossetto color sangue 752 Christian Dior, insieme a matita color burro all’interno della palpebra superiore, sempre Dior, blush fragola di Kiko, bb cream 15 della Locherber (niente fondotinta), e infine il tocco di vera classe: ombretto viola glitterato Wet & Dry di Collistar. Le piaceva andare a scuola, più di quanto le piacesse cuppare, perché a scuola, lei, era indubbiamente qualcuno, adesso più che mai. Bastava solo dare un’occhiata all’annuario delle classi 2001-2002 per rendersene conto... Però doveva comunque arrivare in ritardo, mica voleva mischiarsi con quelle dodici sfigate della sua classe che si incontravano per i tigli alle otto del mattino per raccontarsi cazzate o guardare quelli della seconda o terza liceo. Se le cagavano era solo per prenderle per il culo, figurarsi. Che poi quelle, le sue compagne, non erano neanche cesse. Alcune – lei non lo avrebbe mai detto ad alta voce – forse, se si fossero aggiustate avrebbero dato da penare a lei e a Cecilia. A Cecilia sicuramente. Però quei maglioni, quei capelli ricci, quei cazzo di diari con frasi di cantanti che sapevano troppo anni Novanta, quegli iPod stracarichi di vecchiume, cioè… secolo scorso! Una volta, a una cena, Danila aveva portato uno con cui era uscita per un periodo per farlo conoscere a lei, e questo tizio era rimasto tutta la sera a parlare con Chiara, nonostante il rossetto viola, che sembrava una appena strangolata.
Insomma, alla fine questo, con la scusa che le doveva prestare assolutamente un dvd introvabile di un film in bianco e nero su un gabinetto, non si sa che cazzo, si era preso il suo numero, e quella stronza praticamente non faceva che dirgli “Guarda che puoi lasciarlo a Monia che me lo porta a scuola, man, non serve che mi telefoni!”… e Monia avrebbe voluto pestarla e quella grassona vestita di nero lo sapeva. In palestra, il mattino dopo, le continuava a dire “O Mo’, ma che mi frega? Ma tienitelo il trentenne, io un amico trentenne già ce l’ho… e da quanto è coglione mi basta… quello non mi si voleva fare, fidati…”.
Basta. Insomma, Monia alla fine c’era uscita lei con questo e nel giro di due ore gli aveva fatto cambiare idea. Fino alla settimana dopo. Chiara però non gli aveva mai risposto. Stronza. Adesso stava lì alla fermata del bus, a distanza da lei e Cecilia, appoggiata al palo immersa nel solito libro. Li leggeva pure lei i libri, ma mica di fronte a tutti… ma la rossa aveva bisogno di questo per rimorchiare gli sfigati come lei. Di sicuro era pure vergine.
“Eccolo!”, disse Cecilia, poi vide Chiara. “O zoccola!”, “Ciao troje”, rispose l'altra distogliendo l’attenzione dal libro e mimando l’accento francese. Era il loro saluto da compagne di scuola, non si stavano antipatiche, con grande disappunto di Monia. La darkettona vide il pullman che si avvicinava e si preparò per salire. Sarebbe arrivata in anticipo, figurarsi…  
Lei, invece, sarebbe arrivata in ritardo anche quel giorno, c’era ancora il tempo per una, anche due sigarette. E in questo Cecilia la seguiva a ruota, la seguiva a ruota in tutto. Nello stile e nel gusto no. Non le stava dietro, neanche nella scelta degli uomini, neanche nell’antipatia a tratti per la darkettona.             
Ma ce l’aveva anche Monia, ora, il suo trentenne. E non erano amici.

-

“Insomma… tipo, io… secondo me i sogni premonitori esistono. Io ce n’ho uno per quando le cose mi devono andare bene e un altro per quando mi devono andare male. Tipo… quando mi devono andare bene io mi sogno che sono Jim Morrison. Che sono… come lui e agito l’uccello e mi muovo sinuosa e, tipo… impazziscono tutti per me, donne, uomini, bambini, professori… tutti. E quindi niente, in questo sogno tutto il cortile della scuola mi venera e il megafono non lo suonano più per andare contro questo o quello ma per dirmi che io sono un mito, e c’ho un vestito tutto incollato al corpo che sembro un serpente e sono… cioè sono abbronzata!...”
“Da quando il megafono si suona, Emì?”
“Ah… eh?… che ho detto? Che si suona? No, no, non lo usano per urlare…”
“Ma per dirti quanto sei figa, ok…”
“Eh”
“E tu ti sogni di agitare l’uccello come Jim Morrison?”
“Sì”
“Nel cortile della scuola?”
“Sì”
“Quanti anni hai, Emì?”
“Quarantanove a maggio”
“Checcazzo! ti sogni ancora la scuola?”
“E che devo sognare, Noman? La stazione… l’ospedale o la chiesa?? È ovvio che nei sogni in cui sei figo o in cui qualcuno ti fa davvero del male o in cui poi ti svegli con il magone c’è sempre la scuola di mezzo”.
“Ok…”
“E poi, comunque, non mi sogno il cortile del liceo classico, ma dell’artistico”
“Ah, allora… e il sogno che ti predice le disgrazie?”
“Padre Pio”
“Ah!”.
Emilia, detta anche Milly, passò la lattina di birra a Emanuele, detto Noman, che bevve un sorso per poi restituirla subito alla donna. Un gruppetto di 13, 14enni, taglio di capelli alla Adolf, borse a tracolla e piercing, ciascuno in varie zone del labbro, guardò la scena con espressione schifata. Ma a Noman, Milly non avrebbe mai fatto schifo. O forse quelli si erano schifati di lui. O di tutti e due.
Milly intanto spolverava la sua borsetta a pallini rossi e neri, molto graziosa. Come graziosa era ancora lei, nonostante tutto.
“Caro, grazie per la birra… Io me ne torno a San Francesco che forse a quest’ora il bagno è libero. E comunque, a proposito, stanotte è successo. Beh, amen… m’ vuj arlavà li dint”.
“Ciao Emì”.    
I tacchetti sui sampietrini la facevano incespicare appena.
“…Noman!”
“Ohu Chià!”
“Ohu, anniottanta oggi più che mai eh?!”
“Perché?”
“Mi pari Joey Tempest co quel cazzo di giubbotto”
“Ha parlat’ Mary Poole Smith…”.
Chiara aveva i ricci tutti spettinati, il rossetto rosso e la matita nera. Voleva assomigliare a Robert Smith e ci riusciva alla grande. Solo che lei era rossa.
“Magari… vabbò, comunque ecco qui”.
“Già te l’ì finit??”
“Si!”
Gli porse la copia de L’innocenza di Padre Brown, “Un grande! Mi devi prestare altri libri di Chesterton”.
“Va bene! Però prima, pensandoci bene, ti devo dare un po’ di Agatha”
“Noooo!!! Chesterton!!!”.
Era comunque una mezza bambina, Chiara.
“Non ti puoi appassionare di gialli senza leggerti Agatha Christie”
“No?”
“No”
“Ok…”
Ecco, appunto. Ubbidiente. E sarebbe stata così fino ai 24 anni almeno. Poi avrebbe iniziato a capire che in fondo anche lei era una donna, e non brutta, e avrebbe iniziato a fare diete, usare la piastra e considerare quelli come lui poveri stronzi da disprezzare. 
“Ti aiuta pure a sviluppare la logica, Chià. Tu per la logica sei na chiavica.”
“Lo so”.
Chiara guardò Noman che frugava nella borsa a tracolla.
È illogico, ad esempio, il fatto che io ho 17 anni e tu 33 e che io, tanto per dirne una, ti amo.
Quella mattina non si era messo la brillantina e aveva i capelli tutti scomposti. Le ciocche chiare gli ricadevano a ciuffi sulla fronte. Sembrava Damon Albarn, solo che non era gracile. Ed era alto. Damon Albarn non sembrava alto.
La maglietta troppo corta gli scopriva appena la pancetta che anni di birre avevano gonfiato solo quel tanto che ora serviva per eccitarla. Le piacevano pure i gomiti di Noman.
“Sveglia, Chià!”.
Chiara e le sue 43 gradazioni di viola sulle guance presero il libro. Un delitto avrà luogo.
“Grazie… ora devo andare a scuola… Grazie Emanuè… eh, cioè… Noman”
“Guarda che se mi chiami Emanuele è ok”
“Ok, allora ciao”, e corse verso l’ingresso.
Voleva morire coi suoi gomiti addosso.



Noman, al secolo Emanuele Neri, costeggiò il maledetto liceo classico pensando che, tutto sommato, aveva fatto bene a svegliarsi presto. Aprire gli occhi alle sette per andare a lavorare era una tortura, ma farlo perché dovevi aspettare un’amica all’ingresso della scuola – seppur scuola di merda - mantenendo la consapevolezza che poi avresti potuto bighellonare per tutti i bar di Teramo, era un’altra questione. Il mercoledì non lavorava. Non aveva programmi, nulla a cui pensare e quelli erano i giorni che amava di più. Pensò di passare in tabaccheria a fare due chiacchiere con Domenico, ma poi cambiò idea e imboccò la strada dei tigli. Caffè e sigaretta sulla panchina di fronte al busto di D’Annunzio, occhi puntati su vecchi e mamme. Non necessariamente milf. 
Nonostante disprezzasse molte caratteristiche del posto in cui si trovava, pensò che era stato fortunato a nascere nell'unico cesso in cui avrebbe comunque potuto vivere. Non era una questione di radici, lui non aveva esattamente un animo crepuscolare. Lui non avrebbe mai saputo dire il perché di quella convinzione, ma la verità è che era un fatto di somiglianza. Quella città, forse l'intera provincia, somigliava molto a Emanuele detto Noman.
Tanti sapevano come si chiamava, ma nessuno la conosceva davvero. Era sempre desiderosa di rimediare agli errori del passato e sempre pronta a compierne di peggiori. Anche se qualcuno avesse pensato che era bella non l'avrebbe mai detto con convinzione perché lei stesso sembrava ignorare i suoi lati positivi, o peggio, fare di tutto per nasconderli quando non riusciva a distruggerli.
Solo apparentemente tesa verso la novità, l'originalità a tutti i costi, era una città che le cose "nuove", le lasciava fare sempre e solo alle persone vecchie. Non anagraficamente.
Passò accanto a un vecchietto che dava da mangiare ai piccioni, accanto alla fontana all'inizio della passeggiata dei Tigli.
Secondo Noman, i vecchi della città odoravano tutti come suo nonno che in quel momento si faceva un sonno nel loculo numero 79 dell'ala nord-ovest del cimitero di Cartecchio. Le vecchiette, naturalmente, sapevano tutte di crema per le mani, caffè appena fatto e grembiule scolorito e fresco di bucato. 
Forse un po' di crepuscolarismo c'era in tutto questo, pensò, ma pensò anche che gliene importava molto poco e che se anche fosse stato deriso dai ragazzini col taglio alla Adolf per quei pensieri che con la sua persona non dovevano assolutamente entrarci nulla, era finita l'era in cui doveva dichiarare di credere solo a una manciata di dischi, o musicisti o fiche o simboli che dimostrassero - a chi poi? -  la sua vera natura di punk. Noman era abbastanza sicuro di non credere più a niente da anni, e se ricordava se stesso da adolescente, gli tornavano in mente tutte le paranoie, tutta l'inconsapevolezza, ma anche la speranza in quel futuro che a slogan rinnegava. Adesso aveva solo il suo presente, a volte gli piaceva e a volte no. Di sentimenti gliene erano rimasti pochi e sempre e solo per le stesse persone.
Ci ripensò, il caffè non lo voleva. Accese una sigaretta.


                                                                          ....


I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry    
I can't grieve so I won't grow I won't heal 'til I let it go
I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry



- Come se avessi una canzone dei Cocteau Twins nelle orecchie ogni volta che lo vedo. Sta Elizabeth Fraser che mi canta nella testa, la sento dalle cinque del mattino che mi canta in testa e mi sveglio prestissimo e mi metto a leggere o a guardare la televisione. Ci sono dei programmi assurdi in tv alle cinque del mattino, tipo Primi Baci. Comunque... mo mia mamma pensa che io sia matta, ma non sono matta. Io sono felice.
- Io pure penso che sei matta Chià, però sono felice di vederti così felice.
- Ma io lo so che sono matta Cristì, però non ci posso fare niente...
- Risali oggi pomeriggio a farti un giro?
- Non lo so, forse rimango a casa a leggere
- E dai! scusa magari se esci lo vedi. E' meglio che stare a leggere a casa un libro che ti ha prestato lui e pensare a lui
- Non lo so...
- Madò stai messa male Chià.
- Lo so.      



  

domenica 21 aprile 2013

Il mondo non è cattivo (parte I)


PRIMA

Mi pesa tutto lo sterno, mi fanno male le tette… Uh, devo vomitare ma non voglio vomitare. Devo volare a casa, devo volare. Fra poche ore sono a casa, che bello!
Dove sto?
Lenzuola zebrate… ma che è? Quant’è grezza sta signora… Mi facevano ridere quelli di Una notte da leoni quando si svegliavano pesti e non si ricordavano dove stavano. Poi ne combinavano di tutti i colori per scoprire che ne avevano combinate di tutti i colori ma io non scoprirò un bel niente, solo che ho bevuto troppo ieri sera. E c’era Bradley Cooper a Una notte da Leoni, quest’anno ha vinto pure l’Oscar per Silver Lining Playbooks (no, la nomination ha avuto… o ha vinto alla fine? Boh. No, ha vinto Daniel Day Lewis con Lincoln e Ben Affleck… credo). Che fico Bradley Cooper. Però ora non posso pensare a Bradley Cooper, devo fare la valigia, salutare Mrs Angela e devo volare a Milano, poi treno per Roma, poi pullman della fottuta Arpa e Teramo.
Voglio andare da mia nonna, c’ho voglia di brodo con le scrippelle mbusse dopo due settimane di paprika, sushi e wok me le merito, ma mo mi vado a comprare le schifezze al drugstore di Pennine Lane che c’ho troppa voglia di sale misto a paprika, mista a chimica… brr!! Freddo… freddofreddofreddofreddo!! Però c’è il sole a Londra.
È Marzo. C’è il sole.

DOPO

Quando apre gli occhi le ombre tentano subito di addormentarla di nuovo.
Un viavai placido e nero che spezza il sole già bucherellato dai fori della serranda.
È un gioco inconsapevole, ombre cinesi, un gioco che per mezzo secondo distoglie dal quesito fondamentale: “Dove sto cercando di svegliarmi?”.
Un altro letto di fronte al suo. Singolo. Nel libro dei sogni il letto singolo rappresenta “l’arrivo di un amore sincero”. “Io ce l’ho. Ma non so dov’è adesso. Lo chiamo appena mi sveglio…” Il letto è perfettamente rifatto, sul comodino accanto c’è un libro dalla copertina fucsia. “Bianco e fucsia. Mi piace come abbinamento”. Una fitta alla testa, fortissima, lancinante. “E’ il cervello che si ribella ai miei accostamenti di colore”. Sorride, le labbra si crepano, poi si spaccano. Sangue. Il sapore in bocca rinfresca. Anche la pelle delle guance è tirata. Acqua. È accanto a lei ma non ce la fa ad afferrare la bottiglia. La vede, sa che è lì, di vetro. Non ce la fa. Non importa. Gli occhi anche sono di colla.




Le ombre ci stanno riuscendo, la stanno spegnendo di nuovo, la loro culla la fa sentire ospite di un feretro che dondola. Il sangue cola dalle labbra e rientra nell’organismo. Pensa alla parola inglese grave, il suo suono, più che il significato, esprime alla perfezione il suo stato: si sente così, gravata. Vorrebbe alzarsi dal letto ma il dolore è ovunque. La schiena, le spalle, il collo, le gambe.
“Non so dove sono… ma lo posso scoprire anche dopo… dopo. Ora no. Devo dormire, non posso svegliarmi adesso, tanto sono a casa mia, sono sicuramente a casa mia e questo è solo un sogno, uno dei miei sogni in cui mi sveglio e non so dove mi trovo. Sento voci, quel ragazzo che parla, fuori dalla stanza è sicuramente mio fratello… questo letto accanto al mio è il suo, mi hanno messa nella stanza di quando eravamo piccoli. Forse sono tornata a casa ubriaca, probabile… Però è una voce troppo scura… forse è papà. Si è papà, sicuramente. E se non è lui è lo zio, lo zio che ci è venuto a trovare. Sì, somiglia proprio alla voce dello zio. Però adesso tutto si spegne, si sfuma anche il pensiero per quella cosa. Non voglio pensarci a quella cosa… perché il problema è che mi sento come se ci fosse una zona morta che mi fa paura… e ci pensavo anche mentre dormivo… e quindi ecco, vuol dire che non sto sognando.
Non sto sognando.
Mio padre si chiama Ezio, mia madre Francesca, mio fratello Gianluca. Io sono nata il 24 maggio 1984 a mezzogiorno…”
…Nata il 24 05 1984 A Teramo, Abruzzo, residente in via C. Colombo 14, Cap 64100… nata il… a… codice Fiscale… professione: libera professionista. In cerca d’impiego. Dai… Disoccupata. Laureata in Lettere. Il massimo sì, gli esami li ho dati che ero ancora sbronza dalla sera prima. Ciò dimostra che certe facoltà sono più facili delle altre, anzi che certe lauree si possono prendere anche cazzeggiando. E abbiamo fatto bene. Il lavoro tanto non esiste più.
Se tornassi indietro non ci andrei mai all’università.
“Segno zodiacale: Gemelli. Forse c’è l’altra gemella che è sveglia, da qualche parte. Mi sono laureata, ho lavorato, non pagata o poco pagata, sto cercando di diventare una giornalista, solo per questo merito di morire. In Italia la situazione del governo è instabile, la crisi sta divorando ogni cosa.
Il mio ragazzo si chiama Federico, è un musicista, solo per questo un giorno lo uccideranno.
Quindi:
Federico e… dobbiamo aspettare Federico e… stasera viene anche Federico con…
Nulla, niente, nada, nero. Paura, lacrime. Una fitta al petto a ogni singhiozzo. Ma anche loro rinfrescano il volto che sembra morto da anni e quando prova ad aprire la bocca è come se la mascella si disincagliasse da tutto il resto.      
È tutto piano, è tutto immobile.
Sul corpo, sulla faccia, tra i denti, una pressione secolare. Il suo organismo non ha curve, il suo volto e gli occhi. Solo valichi.
È una pianura che declina a valle, che scende.
Scende.
Scende…  
“Devo chiamare qualcuno, ma non ho più voce. Chissà come facevo a cantare… perché io cantavo anche. Cantavo. Quando ero viva, ora forse sono morta e l’aldilà non è che un letto che fissa un altro letto uguale e vuoto e aspetta che qualcuno lo riempia”. Ma i morti non hanno paura. E prima di sapere dove si trova, prima di sapere perché non sta sognando c’è quel terrore che si esprime quella frase di sei parole che non vuole pensare e che pensa… è una frase simmetrica, sintatticamente e grammaticalmente senza difetti. È immersa in una consapevolezza fluida e pesante, come il feto nel liquido amniotico…. Così…

…Mentre chiude gli occhi…

Non mi ricordo come mi chiamo.

PRIMA

Non è stato affatto un errore venire qui comunque.
Anche solo per due settimane.
Eh ma qui… il tempo fa schifo… piove sempre… e bla, bla, bla…
Il cielo di Londra tira fuori il sole quando meno te l’aspetti e anche senza sole credo sia un cielo più spettacolare di quello che abbiamo noi. Poi ogni volta è come se la città mi facesse un piccolo regalo e preparasse almeno una settimana di indian summer. Sole a più non posso e temperatura mite.
Queste nuvole che non assumono forme… non sembrano conigli, né gatti, né papere, né tigri, né pistole, né gente che si bacia… sono definite, costruiscono spazi: da una parte l’azzurro, dall’altra loro. Come due squadre di calcio. Solcate solo dalle scie degli aerei.
L’atmosfera è diversa, tutto è nitido nonostante la nebbia, l’umidità e il vento, regali non graditi dell’Atlantico, un mare grigio, viola e blu. I colori di Londra.
Qui non sono violenti, al contrario di quello che la gente dice non hanno nulla di freddo. Solo, è come se fossero più visibili agli occhi dell’uomo. In questa città tutto si dilata, anche nelle periferie che nessuno visita. Qui a Golders Green, solo chiese, charity shop, negozi di ottica degli ebrei e piccoli market. Mi piace quello di Pennine Lane, vicino alla lavanderia degli iraniani. Mi ricorda la prima volta che venni qui. Mi dicevano che la zona quatto era lontana dal centro, dopo il primo giorno ripensando alle paure che mi avevano inculcato – sarai lontanissima – mi venne da ridere. Evidentemente non hanno mai vissuto a Roma.



La stazione qui è fiancheggiata da un piccolo giardino che si riversa su una strada che credo porti a Camden Town e soprattutto verso uno dei luoghi in cui la mia follia durante la prima visita qui si manifestò in tutto il suo splendore. La stazione dei taxi. Insieme agli operatori telefonici, l’ultima notte, ubriaca e reduce da una serata paranormale, rimasi a cianciare della mia permanenza, di quanto gli inglesi erano accoglienti e stronzi al tempo stesso – loro concordavano, soprattutto uno scozzese che ovviamente non la finiva di ridere – e di quanto fossi così fuori da non ricordare con esattezza come cazzo ci ero finita lì dentro – il mistero fu poi svelato, fu tutto grazie a uno spagnolo, mio compagno di corso, che aveva fatto la strada con me sull’autobus fino ai taxi e poi aveva proseguito a piedi affidandomi a loro. Me lo disse quando chattammo su Facebook. Mi disse anche che non era successo niente perché non ero il suo tipo - mangiando banane e cioccolatini che loro mi offrivano. Quando vengo qui, per evitare il cibo che hanno, mangio sushi e frutta, soprattutto banane, e Londra oltre a tutte le cose belle che mi ricorda, mi ricorda anche che esiste un disagio chiamato stitichezza.
Dal verso anteriore la stazione di Golders Green si affaccia sulla strada principale che non so per quale alchimia porta direttamente a Oxford Street, e quando non c’è traffico con l’autobus ci arrivi in un quarto d’ora. Durante il tragitto da vedere c’è poco, ma se ti piacciono le case alveare e lo stile inglese ti rifai gli occhi.
Io non ho bisogno della compagnia di nessuno quando sto qui. Certo, quando conosco gente non mi dispiace, ma ricordo che la prima volta molti mi telefonavano e si stupivano del fatto che passeggiassi spesso sola. Io vado anche al cinema da sola, tipo… loro strabuzzano gli occhi. Per me è normale. Solo per questo non vorrei mai essere nei panni della maggior parte delle persone che conosco.    

DOPO

Capelli ricci dorme. Ha ribattezzato così la sua compagna di stanza, riesce solo a intuire la sua sagoma nei pochissimi, rari istanti di veglia che ha avuto. Se solo fosse facile darle anche un volto, potrebbe essere una persona che conosce, ma dall’odore sa che non lo è. L’olfatto è l’unico senso che ancora conserva inalterato, anzi è come se fosse amplificato dal peso che opprime il corpo e la mente.
Le piace. Le ricorda quello di una sua compagna di classe a Teramo, Luisa, che odorava di casa di campagna in estate. “Ecco, vedi? Mi ricordo di lei, che era la più brava della scuola, che il liceo classico di Teramo era un covo di merde e di figli di papà che giocavano a fare le zecche disadattate. Perfino il tanfo dei corridoi e di certi professori all’ultima ora…”.
- Ce la fai ad alzarti?
Su di lei. Avverte il calore di qualcuno, l’odore della casa di campagna, molto vicino. Un luccichio nell’oscurità. È Capelli ricci che le sorride. Vorrebbe dirle “no, non ce la faccio. Aiutami. Aiutami Capelli ricci. Tu sicuramente non ti chiami così ma tu almeno sai come ti chiami. Tu ridi, sorridi, ma qui non c’è un cazzo da ridere, dovresti preoccuparti, chiamare aiuto disperarti al mio posto, darmi voce perché io non ho più voce. Ero su un aereo diretta a casa, e ora sono qui. Qui dove? Dove sono Capelli ricci? Capelli ricci… e pelle olivastra… e mani grandi dalle dita affusolate che si avvolgono al petto uno scialle color salmone… sembri creola, Capelli ricci… non hai il volto minaccioso. Non mi ucciderai perché mi continui a sorridere e non so, ma il tuo sorriso mi suggerisce che sono qui da tanto tempo.
Da quanto tempo sono qui, Capelli ricci? Cosa c’entri tu in questa storia? Perché prima dormivi e ora non più? È già mattina? E se lo è, perché non me ne accorgo, perché non sembra, perché quando riesco a disincagliare le palpebre mi sembra sempre notte?

Di solito preferisco stare dalla parte del finestrino in pullman. Non oggi.
Mi fa male. Mi rode guardare chi rimarrà e si godrà Londra al mio posto. Un giorno ci tornerò con Federico, imparerò a suonare la chitarra e vivremo di musica. Mi piace pensarlo mentre vado via, ma chi voglio fregare... eppure sarebbe così semplice, è così semplice andarsene, ma mi piacerebbe andarmene per scelta, al 100%, senza neanche un briciolo di disperazione. La verità di base è che non voglio tornare in Italia, anzi non voglio tornare a Roma perché Roma è una città di merda e Sorrentino potrebbe uccidere anche dieci turisti giapponesi al cospetto della grande bellezza, ma la maggior parte degli immigrati nella capitale del mondo (morente) si ricorda solo la grande Prenestina, o la grande Tiburtina... ho bisogno di ordine, o almeno di disordine che almeno provi a trasformarsi in altro...
"E' occupato questo posto?". 
Alzò la testa, un volto familiare le sorrideva. 
"Mariiiiiii!!!!! Che bello, facciamo il viaggio insieme!!"
Si spostà per far passare la ragazza che intanto