martedì 11 marzo 2014
NOMAN'S LAND
Il
diario volò circa due metri e mezzo più in là. Continuò ad allacciarsi le scarpe
bestemmiando tra i denti. L’auto era lontanissima.
“Ngul’a mammt…”.
Si alzò in
piedi e si sistemò lo zaino sulla pelliccia sintetica. Raccolse il diario. Sulla
quarta di copertina c’era solo un po’ di polvere, che le mani dalle unghie
corte, curate e smaltate di giallo spazzarono via. L’auto era invisibile.
“Quello
ti stava pure a guardà, Mo!”, Cecilia sbatteva a stento le ciglia
incollate dal rimmel. Si si… continua a
comprà i trucchi dai cinesi che un giorno ti casca la faccia. Lei li
prendeva nel negozio al centro di Corso San Giorgio. Veramente, ormai, aveva trovato pure chi glieli regalava… quella
mattina era la volta del rossetto color sangue 752 Christian Dior, insieme a
matita color burro all’interno della palpebra superiore, sempre Dior, blush
fragola di Kiko, bb cream 15 della Locherber (niente fondotinta), e infine il
tocco di vera classe: ombretto viola glitterato Wet & Dry di Collistar. Le
piaceva andare a scuola, più di quanto le piacesse cuppare, perché a scuola, lei, era indubbiamente qualcuno, adesso
più che mai. Bastava solo dare un’occhiata all’annuario delle classi
2001-2002 per rendersene conto... Però doveva comunque arrivare in ritardo,
mica voleva mischiarsi con quelle dodici sfigate della sua classe che si
incontravano per i tigli alle otto del mattino per raccontarsi cazzate o
guardare quelli della seconda o terza liceo. Se le cagavano era solo per
prenderle per il culo, figurarsi. Che poi quelle, le sue compagne, non erano
neanche cesse. Alcune – lei non lo avrebbe mai detto ad alta voce – forse, se
si fossero aggiustate avrebbero dato da penare a lei e a Cecilia. A Cecilia
sicuramente. Però quei maglioni, quei capelli ricci, quei cazzo di diari con
frasi di cantanti che sapevano troppo anni Novanta, quegli iPod stracarichi di
vecchiume, cioè… secolo scorso! Una volta, a una cena, Danila aveva portato uno
con cui era uscita per un periodo per farlo conoscere a lei, e questo tizio era rimasto tutta la sera a parlare con Chiara, nonostante il
rossetto viola, che sembrava una appena strangolata.
Insomma, alla fine questo, con la scusa che le doveva prestare assolutamente un dvd introvabile di un film in bianco e nero su un gabinetto, non si sa che cazzo, si era preso il suo numero, e quella stronza praticamente non faceva che dirgli “Guarda che puoi lasciarlo a Monia che me lo porta a scuola, man, non serve che mi telefoni!”… e Monia avrebbe voluto pestarla e quella grassona vestita di nero lo sapeva. In palestra, il mattino dopo, le continuava a dire “O Mo’, ma che mi frega? Ma tienitelo il trentenne, io un amico trentenne già ce l’ho… e da quanto è coglione mi basta… quello non mi si voleva fare, fidati…”.
Insomma, alla fine questo, con la scusa che le doveva prestare assolutamente un dvd introvabile di un film in bianco e nero su un gabinetto, non si sa che cazzo, si era preso il suo numero, e quella stronza praticamente non faceva che dirgli “Guarda che puoi lasciarlo a Monia che me lo porta a scuola, man, non serve che mi telefoni!”… e Monia avrebbe voluto pestarla e quella grassona vestita di nero lo sapeva. In palestra, il mattino dopo, le continuava a dire “O Mo’, ma che mi frega? Ma tienitelo il trentenne, io un amico trentenne già ce l’ho… e da quanto è coglione mi basta… quello non mi si voleva fare, fidati…”.
Basta.
Insomma, Monia alla fine c’era uscita lei con questo e nel giro di due ore gli
aveva fatto cambiare idea. Fino alla settimana dopo. Chiara però non gli aveva
mai risposto. Stronza. Adesso stava lì alla fermata del bus, a distanza da lei
e Cecilia, appoggiata al palo immersa nel solito libro. Li leggeva pure lei i
libri, ma mica di fronte a tutti… ma la rossa aveva bisogno di questo per
rimorchiare gli sfigati come lei. Di sicuro era pure vergine.
“Eccolo!”,
disse Cecilia, poi vide Chiara. “O zoccola!”, “Ciao troje”, rispose l'altra distogliendo l’attenzione dal libro e mimando l’accento francese. Era il loro
saluto da compagne di scuola, non si stavano antipatiche, con grande disappunto
di Monia. La darkettona vide il pullman che si avvicinava e si preparò per
salire. Sarebbe arrivata in anticipo, figurarsi…
Lei,
invece, sarebbe arrivata in ritardo anche quel giorno, c’era ancora il tempo
per una, anche due sigarette. E in questo Cecilia la seguiva a ruota, la
seguiva a ruota in tutto. Nello stile e nel gusto no. Non le stava dietro, neanche
nella scelta degli uomini, neanche nell’antipatia a tratti per la darkettona.
Ma
ce l’aveva anche Monia, ora, il suo trentenne. E non erano amici.
-
“Insomma…
tipo, io… secondo me i sogni premonitori esistono. Io ce n’ho uno per quando le
cose mi devono andare bene e un altro per quando mi devono andare male. Tipo…
quando mi devono andare bene io mi sogno che sono Jim Morrison. Che sono… come
lui e agito l’uccello e mi muovo sinuosa e, tipo… impazziscono tutti per me,
donne, uomini, bambini, professori… tutti. E quindi niente, in questo sogno tutto
il cortile della scuola mi venera e il megafono non lo suonano più per andare
contro questo o quello ma per dirmi che io sono un mito, e c’ho un vestito
tutto incollato al corpo che sembro un serpente e sono… cioè sono
abbronzata!...”
“Da
quando il megafono si suona, Emì?”
“Ah…
eh?… che ho detto? Che si suona? No, no, non lo usano per urlare…”
“Ma
per dirti quanto sei figa, ok…”
“Eh”
“E
tu ti sogni di agitare l’uccello come Jim Morrison?”
“Sì”
“Nel
cortile della scuola?”
“Sì”
“Quanti
anni hai, Emì?”
“Quarantanove
a maggio”
“Checcazzo!
ti sogni ancora la scuola?”
“E
che devo sognare, Noman? La stazione… l’ospedale o la chiesa?? È ovvio che nei
sogni in cui sei figo o in cui qualcuno ti fa davvero del male o in cui poi ti
svegli con il magone c’è sempre la scuola di mezzo”.
“Ok…”
“E
poi, comunque, non mi sogno il cortile del liceo classico, ma dell’artistico”
“Ah,
allora… e il sogno che ti predice le disgrazie?”
“Padre
Pio”
“Ah!”.
Emilia,
detta anche Milly, passò la lattina di birra a Emanuele, detto Noman, che bevve
un sorso per poi restituirla subito alla donna. Un gruppetto di 13, 14enni,
taglio di capelli alla Adolf, borse a tracolla e piercing, ciascuno in varie
zone del labbro, guardò la scena con espressione schifata. Ma a Noman, Milly
non avrebbe mai fatto schifo. O forse quelli si erano schifati di lui. O di
tutti e due.
Milly
intanto spolverava la sua borsetta a pallini rossi e neri, molto graziosa. Come
graziosa era ancora lei, nonostante tutto.
“Caro,
grazie per la birra… Io me ne torno a San Francesco che forse a quest’ora il
bagno è libero. E comunque, a proposito, stanotte è successo. Beh, amen… m’ vuj
arlavà li dint”.
“Ciao
Emì”.
I
tacchetti sui sampietrini la facevano incespicare appena.
“…Noman!”
“Ohu
Chià!”
“Ohu,
anniottanta oggi più che mai eh?!”
“Perché?”
“Mi
pari Joey Tempest co quel cazzo di giubbotto”
“Ha
parlat’ Mary Poole Smith…”.
Chiara
aveva i ricci tutti spettinati, il rossetto rosso e la matita nera. Voleva
assomigliare a Robert Smith e ci riusciva alla grande. Solo che lei era rossa.
“Magari…
vabbò, comunque ecco qui”.
“Già
te l’ì finit??”
“Si!”
Gli
porse la copia de L’innocenza di Padre
Brown, “Un grande! Mi devi prestare altri libri di Chesterton”.
“Va
bene! Però prima, pensandoci bene, ti devo dare un po’ di Agatha”
“Noooo!!!
Chesterton!!!”.
Era
comunque una mezza bambina, Chiara.
“Non
ti puoi appassionare di gialli senza leggerti Agatha Christie”
“No?”
“No”
“Ok…”
Ecco,
appunto. Ubbidiente. E sarebbe stata così fino ai 24 anni almeno. Poi avrebbe
iniziato a capire che in fondo anche lei era una donna, e non brutta, e avrebbe
iniziato a fare diete, usare la piastra e considerare quelli come lui poveri
stronzi da disprezzare.
“Ti
aiuta pure a sviluppare la logica, Chià. Tu per la logica sei na chiavica.”
“Lo
so”.
Chiara
guardò Noman che frugava nella borsa a tracolla.
È illogico, ad
esempio, il fatto che io ho 17 anni e tu 33 e che io, tanto per dirne una, ti
amo.
Quella
mattina non si era messo la brillantina e aveva i capelli tutti scomposti. Le
ciocche chiare gli ricadevano a ciuffi sulla fronte. Sembrava Damon Albarn, solo
che non era gracile. Ed era alto. Damon Albarn non sembrava alto.
La
maglietta troppo corta gli scopriva appena la pancetta che anni di birre
avevano gonfiato solo quel tanto che ora serviva per eccitarla. Le piacevano
pure i gomiti di Noman.
“Sveglia,
Chià!”.
Chiara
e le sue 43 gradazioni di viola sulle guance presero il libro. Un delitto avrà luogo.
“Grazie…
ora devo andare a scuola… Grazie Emanuè… eh, cioè… Noman”
“Guarda
che se mi chiami Emanuele è ok”
“Ok,
allora ciao”, e corse verso l’ingresso.
Voleva
morire coi suoi gomiti addosso.
Noman,
al secolo Emanuele Neri, costeggiò il maledetto liceo classico pensando che,
tutto sommato, aveva fatto bene a svegliarsi presto. Aprire gli occhi alle
sette per andare a lavorare era una tortura, ma farlo perché dovevi aspettare
un’amica all’ingresso della scuola – seppur scuola di merda - mantenendo la
consapevolezza che poi avresti potuto bighellonare per tutti i bar di Teramo, era
un’altra questione. Il mercoledì non lavorava. Non aveva programmi, nulla a cui
pensare e quelli erano i giorni che amava di più. Pensò di passare in
tabaccheria a fare due chiacchiere con Domenico, ma poi cambiò idea e imboccò
la strada dei tigli. Caffè e sigaretta sulla panchina di fronte al busto di
D’Annunzio, occhi puntati su vecchi e mamme. Non necessariamente milf.
Nonostante disprezzasse molte caratteristiche del posto in cui si trovava, pensò che era stato fortunato a nascere nell'unico cesso in cui avrebbe comunque potuto vivere. Non era una questione di radici, lui non aveva esattamente un animo crepuscolare. Lui non avrebbe mai saputo dire il perché di quella convinzione, ma la verità è che era un fatto di somiglianza. Quella città, forse l'intera provincia, somigliava molto a Emanuele detto Noman.
Tanti sapevano come si chiamava, ma nessuno la conosceva davvero. Era sempre desiderosa di rimediare agli errori del passato e sempre pronta a compierne di peggiori. Anche se qualcuno avesse pensato che era bella non l'avrebbe mai detto con convinzione perché lei stesso sembrava ignorare i suoi lati positivi, o peggio, fare di tutto per nasconderli quando non riusciva a distruggerli.
Solo apparentemente tesa verso la novità, l'originalità a tutti i costi, era una città che le cose "nuove", le lasciava fare sempre e solo alle persone vecchie. Non anagraficamente.
Passò accanto a un vecchietto che dava da mangiare ai piccioni, accanto alla fontana all'inizio della passeggiata dei Tigli.
Secondo Noman, i vecchi della città odoravano tutti come suo nonno che in quel momento si faceva un sonno nel loculo numero 79 dell'ala nord-ovest del cimitero di Cartecchio. Le vecchiette, naturalmente, sapevano tutte di crema per le mani, caffè appena fatto e grembiule scolorito e fresco di bucato.
Forse un po' di crepuscolarismo c'era in tutto questo, pensò, ma pensò anche che gliene importava molto poco e che se anche fosse stato deriso dai ragazzini col taglio alla Adolf per quei pensieri che con la sua persona non dovevano assolutamente entrarci nulla, era finita l'era in cui doveva dichiarare di credere solo a una manciata di dischi, o musicisti o fiche o simboli che dimostrassero - a chi poi? - la sua vera natura di punk. Noman era abbastanza sicuro di non credere più a niente da anni, e se ricordava se stesso da adolescente, gli tornavano in mente tutte le paranoie, tutta l'inconsapevolezza, ma anche la speranza in quel futuro che a slogan rinnegava. Adesso aveva solo il suo presente, a volte gli piaceva e a volte no. Di sentimenti gliene erano rimasti pochi e sempre e solo per le stesse persone.
Ci ripensò, il caffè non lo voleva. Accese una sigaretta.
....
I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry
I can't grieve so I won't grow I won't heal 'til I let it go
I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry
- Come se avessi una canzone dei Cocteau Twins nelle orecchie ogni volta che lo vedo. Sta Elizabeth Fraser che mi canta nella testa, la sento dalle cinque del mattino che mi canta in testa e mi sveglio prestissimo e mi metto a leggere o a guardare la televisione. Ci sono dei programmi assurdi in tv alle cinque del mattino, tipo Primi Baci. Comunque... mo mia mamma pensa che io sia matta, ma non sono matta. Io sono felice.
- Io pure penso che sei matta Chià, però sono felice di vederti così felice.
- Ma io lo so che sono matta Cristì, però non ci posso fare niente...
- Risali oggi pomeriggio a farti un giro?
- Non lo so, forse rimango a casa a leggere
- E dai! scusa magari se esci lo vedi. E' meglio che stare a leggere a casa un libro che ti ha prestato lui e pensare a lui
- Non lo so...
- Madò stai messa male Chià.
- Lo so.
Nonostante disprezzasse molte caratteristiche del posto in cui si trovava, pensò che era stato fortunato a nascere nell'unico cesso in cui avrebbe comunque potuto vivere. Non era una questione di radici, lui non aveva esattamente un animo crepuscolare. Lui non avrebbe mai saputo dire il perché di quella convinzione, ma la verità è che era un fatto di somiglianza. Quella città, forse l'intera provincia, somigliava molto a Emanuele detto Noman.
Tanti sapevano come si chiamava, ma nessuno la conosceva davvero. Era sempre desiderosa di rimediare agli errori del passato e sempre pronta a compierne di peggiori. Anche se qualcuno avesse pensato che era bella non l'avrebbe mai detto con convinzione perché lei stesso sembrava ignorare i suoi lati positivi, o peggio, fare di tutto per nasconderli quando non riusciva a distruggerli.
Solo apparentemente tesa verso la novità, l'originalità a tutti i costi, era una città che le cose "nuove", le lasciava fare sempre e solo alle persone vecchie. Non anagraficamente.
Passò accanto a un vecchietto che dava da mangiare ai piccioni, accanto alla fontana all'inizio della passeggiata dei Tigli.
Secondo Noman, i vecchi della città odoravano tutti come suo nonno che in quel momento si faceva un sonno nel loculo numero 79 dell'ala nord-ovest del cimitero di Cartecchio. Le vecchiette, naturalmente, sapevano tutte di crema per le mani, caffè appena fatto e grembiule scolorito e fresco di bucato.
Forse un po' di crepuscolarismo c'era in tutto questo, pensò, ma pensò anche che gliene importava molto poco e che se anche fosse stato deriso dai ragazzini col taglio alla Adolf per quei pensieri che con la sua persona non dovevano assolutamente entrarci nulla, era finita l'era in cui doveva dichiarare di credere solo a una manciata di dischi, o musicisti o fiche o simboli che dimostrassero - a chi poi? - la sua vera natura di punk. Noman era abbastanza sicuro di non credere più a niente da anni, e se ricordava se stesso da adolescente, gli tornavano in mente tutte le paranoie, tutta l'inconsapevolezza, ma anche la speranza in quel futuro che a slogan rinnegava. Adesso aveva solo il suo presente, a volte gli piaceva e a volte no. Di sentimenti gliene erano rimasti pochi e sempre e solo per le stesse persone.
Ci ripensò, il caffè non lo voleva. Accese una sigaretta.
....
I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry
I can't grieve so I won't grow I won't heal 'til I let it go
I'm not real and I deny, I won't heal unless I cry
- Come se avessi una canzone dei Cocteau Twins nelle orecchie ogni volta che lo vedo. Sta Elizabeth Fraser che mi canta nella testa, la sento dalle cinque del mattino che mi canta in testa e mi sveglio prestissimo e mi metto a leggere o a guardare la televisione. Ci sono dei programmi assurdi in tv alle cinque del mattino, tipo Primi Baci. Comunque... mo mia mamma pensa che io sia matta, ma non sono matta. Io sono felice.
- Io pure penso che sei matta Chià, però sono felice di vederti così felice.
- Ma io lo so che sono matta Cristì, però non ci posso fare niente...
- Risali oggi pomeriggio a farti un giro?
- Non lo so, forse rimango a casa a leggere
- E dai! scusa magari se esci lo vedi. E' meglio che stare a leggere a casa un libro che ti ha prestato lui e pensare a lui
- Non lo so...
- Madò stai messa male Chià.
- Lo so.
domenica 21 aprile 2013
Il mondo non è cattivo (parte I)
PRIMA
Mi pesa tutto
lo sterno, mi fanno male le tette… Uh, devo vomitare ma non voglio vomitare. Devo
volare a casa, devo volare. Fra poche ore sono a casa, che bello!
Dove sto?
Lenzuola
zebrate… ma che è? Quant’è grezza sta signora… Mi facevano ridere quelli di Una notte da leoni quando
si svegliavano pesti e non si ricordavano dove stavano. Poi ne combinavano di
tutti i colori per scoprire che ne avevano combinate di tutti i colori ma io
non scoprirò un bel niente, solo che ho bevuto troppo ieri sera. E c’era
Bradley Cooper a Una notte da Leoni,
quest’anno ha vinto pure l’Oscar per Silver Lining Playbooks (no, la nomination ha avuto… o ha vinto alla
fine? Boh. No, ha vinto Daniel Day Lewis con Lincoln e Ben Affleck… credo). Che fico Bradley Cooper. Però ora non posso
pensare a Bradley Cooper, devo fare la valigia, salutare Mrs Angela e devo
volare a Milano, poi treno per Roma, poi pullman della fottuta Arpa e Teramo.
Voglio andare
da mia nonna, c’ho voglia di brodo con le scrippelle mbusse dopo due settimane
di paprika, sushi e wok me le merito, ma mo mi vado a comprare le schifezze al
drugstore di Pennine Lane che c’ho troppa voglia di sale misto a paprika, mista
a chimica… brr!! Freddo… freddofreddofreddofreddo!! Però c’è il sole a Londra.
È Marzo. C’è
il sole.
DOPO
Quando apre gli
occhi le ombre tentano subito di addormentarla di nuovo.
Un viavai placido e
nero che spezza il sole già bucherellato dai fori della serranda.
È un gioco
inconsapevole, ombre cinesi, un gioco che per mezzo secondo distoglie dal
quesito fondamentale: “Dove sto cercando di svegliarmi?”.
Un altro letto di
fronte al suo. Singolo. Nel libro dei sogni il letto singolo rappresenta
“l’arrivo di un amore sincero”. “Io ce l’ho. Ma non so dov’è adesso. Lo chiamo
appena mi sveglio…” Il letto è perfettamente rifatto, sul comodino accanto c’è
un libro dalla copertina fucsia. “Bianco e fucsia. Mi piace come abbinamento”.
Una fitta alla testa, fortissima, lancinante. “E’ il cervello che si ribella ai
miei accostamenti di colore”. Sorride, le labbra si crepano, poi si spaccano.
Sangue. Il sapore in bocca rinfresca. Anche la pelle delle guance è tirata.
Acqua. È accanto a lei ma non ce la fa ad afferrare la bottiglia. La vede, sa
che è lì, di vetro. Non ce la fa. Non importa. Gli occhi anche sono di colla.
Le ombre ci stanno
riuscendo, la stanno spegnendo di nuovo, la loro culla la fa sentire ospite di
un feretro che dondola. Il sangue cola dalle labbra e rientra nell’organismo.
Pensa alla parola inglese grave, il
suo suono, più che il significato, esprime alla perfezione il suo stato: si
sente così, gravata. Vorrebbe alzarsi dal letto ma il dolore è ovunque. La
schiena, le spalle, il collo, le gambe.
“Non so dove sono…
ma lo posso scoprire anche dopo… dopo. Ora no. Devo dormire, non posso
svegliarmi adesso, tanto sono a casa mia, sono sicuramente a casa mia e questo
è solo un sogno, uno dei miei sogni in cui mi sveglio e non so dove mi trovo.
Sento voci, quel ragazzo che parla, fuori dalla stanza è sicuramente mio
fratello… questo letto accanto al mio è il suo, mi hanno messa nella stanza di
quando eravamo piccoli. Forse sono tornata a casa ubriaca, probabile… Però è
una voce troppo scura… forse è papà. Si è papà, sicuramente. E se non è lui è
lo zio, lo zio che ci è venuto a trovare. Sì, somiglia proprio alla voce dello
zio. Però adesso tutto si spegne, si sfuma anche il pensiero per quella cosa.
Non voglio pensarci a quella cosa… perché il problema è che mi sento come se ci
fosse una zona morta che mi fa paura… e ci pensavo anche mentre dormivo… e
quindi ecco, vuol dire che non sto sognando.
Non sto sognando.
Mio padre si chiama
Ezio, mia madre Francesca, mio fratello Gianluca. Io sono nata il 24 maggio
1984 a mezzogiorno…”
…Nata il 24 05 1984 A Teramo, Abruzzo, residente in
via C. Colombo 14, Cap 64100… nata il… a… codice Fiscale… professione: libera
professionista. In cerca d’impiego. Dai… Disoccupata. Laureata in Lettere. Il
massimo sì, gli esami li ho dati che ero ancora sbronza dalla sera prima. Ciò
dimostra che certe facoltà sono più facili delle altre, anzi che certe lauree
si possono prendere anche cazzeggiando. E abbiamo fatto bene. Il lavoro tanto
non esiste più.
Se tornassi indietro non ci andrei mai all’università.
“Segno zodiacale:
Gemelli. Forse c’è l’altra gemella che è sveglia, da qualche parte. Mi sono
laureata, ho lavorato, non pagata o poco pagata, sto cercando di diventare una
giornalista, solo per questo merito di morire. In Italia la situazione del
governo è instabile, la crisi sta divorando ogni cosa.
Il mio ragazzo si chiama
Federico, è un musicista, solo per questo un giorno lo uccideranno.
Quindi:
Federico e… dobbiamo aspettare Federico e… stasera
viene anche Federico con…”
Nulla, niente, nada,
nero. Paura, lacrime. Una fitta al petto a ogni singhiozzo. Ma anche loro
rinfrescano il volto che sembra morto da anni e quando prova ad aprire la bocca
è come se la mascella si disincagliasse da tutto il resto.
È tutto piano, è
tutto immobile.
Sul corpo, sulla
faccia, tra i denti, una pressione secolare. Il suo organismo non ha curve, il
suo volto e gli occhi. Solo valichi.
È una pianura che
declina a valle, che scende.
Scende.
Scende…
“Devo chiamare
qualcuno, ma non ho più voce. Chissà come facevo a cantare… perché io cantavo
anche. Cantavo. Quando ero viva, ora forse sono morta e l’aldilà non è che un
letto che fissa un altro letto uguale e vuoto e aspetta che qualcuno lo
riempia”. Ma i morti non hanno paura. E prima di sapere dove si trova, prima di
sapere perché non sta sognando c’è quel terrore che si esprime quella frase di
sei parole che non vuole pensare e che pensa… è una frase simmetrica,
sintatticamente e grammaticalmente senza difetti. È immersa in una
consapevolezza fluida e pesante, come il feto nel liquido amniotico…. Così…
…Mentre chiude gli
occhi…
Non mi ricordo come mi chiamo.
PRIMA
Non è stato affatto un errore venire qui comunque.
Anche solo per due settimane.
Eh ma qui… il tempo fa schifo… piove sempre… e bla,
bla, bla…
Il cielo di Londra tira fuori il sole quando meno te
l’aspetti e anche senza sole credo sia un cielo più spettacolare di quello che
abbiamo noi. Poi ogni volta è come se la città mi facesse un piccolo regalo e
preparasse almeno una settimana di indian summer. Sole a più non posso e
temperatura mite.
Queste nuvole che non assumono forme… non sembrano
conigli, né gatti, né papere, né tigri, né pistole, né gente che si bacia… sono
definite, costruiscono spazi: da una parte l’azzurro, dall’altra loro. Come due
squadre di calcio. Solcate solo dalle scie degli aerei.
L’atmosfera è diversa, tutto è nitido nonostante la
nebbia, l’umidità e il vento, regali non graditi dell’Atlantico, un mare
grigio, viola e blu. I colori di Londra.
Qui non sono violenti, al contrario di quello che la
gente dice non hanno nulla di freddo. Solo, è come se fossero più visibili agli
occhi dell’uomo. In questa città tutto si dilata, anche nelle periferie che
nessuno visita. Qui a Golders Green, solo chiese, charity shop, negozi di ottica
degli ebrei e piccoli market. Mi piace quello di Pennine Lane, vicino alla
lavanderia degli iraniani. Mi ricorda la prima volta che venni qui. Mi dicevano
che la zona quatto era lontana dal centro, dopo il primo giorno ripensando alle
paure che mi avevano inculcato – sarai lontanissima – mi venne da ridere.
Evidentemente non hanno mai vissuto a Roma.
La stazione qui è fiancheggiata da un piccolo giardino
che si riversa su una strada che credo porti a Camden Town e soprattutto verso
uno dei luoghi in cui la mia follia durante la prima visita qui si manifestò in
tutto il suo splendore. La stazione dei taxi. Insieme agli operatori
telefonici, l’ultima notte, ubriaca e reduce da una serata paranormale, rimasi
a cianciare della mia permanenza, di quanto gli inglesi erano accoglienti e
stronzi al tempo stesso – loro concordavano, soprattutto uno scozzese che
ovviamente non la finiva di ridere – e di quanto fossi così fuori da non
ricordare con esattezza come cazzo ci ero finita lì dentro – il mistero fu poi
svelato, fu tutto grazie a uno spagnolo, mio compagno di corso, che aveva fatto
la strada con me sull’autobus fino ai taxi e poi aveva proseguito a piedi
affidandomi a loro. Me lo disse quando chattammo su Facebook. Mi disse anche
che non era successo niente perché non ero il suo tipo - mangiando banane e
cioccolatini che loro mi offrivano. Quando vengo qui, per evitare il cibo che
hanno, mangio sushi e frutta, soprattutto banane, e Londra oltre a tutte le
cose belle che mi ricorda, mi ricorda anche che esiste un disagio chiamato
stitichezza.
Dal verso anteriore la stazione di Golders Green si
affaccia sulla strada principale che non so per quale alchimia porta
direttamente a Oxford Street, e quando non c’è traffico con l’autobus ci arrivi
in un quarto d’ora. Durante il tragitto da vedere c’è poco, ma se ti piacciono
le case alveare e lo stile inglese ti rifai gli occhi.
Io non ho bisogno della compagnia di nessuno quando
sto qui. Certo, quando conosco gente non mi dispiace, ma ricordo che la prima
volta molti mi telefonavano e si stupivano del fatto che passeggiassi spesso
sola. Io vado anche al cinema da sola, tipo… loro strabuzzano gli occhi. Per me
è normale. Solo per questo non vorrei mai essere nei panni della maggior parte
delle persone che conosco.
DOPO
Capelli ricci dorme.
Ha ribattezzato così la sua compagna di stanza, riesce solo a intuire la sua
sagoma nei pochissimi, rari istanti di veglia che ha avuto. Se solo fosse facile
darle anche un volto, potrebbe essere una persona che conosce, ma dall’odore sa
che non lo è. L’olfatto è l’unico senso che ancora conserva inalterato, anzi è
come se fosse amplificato dal peso che opprime il corpo e la mente.
Le piace. Le ricorda
quello di una sua compagna di classe a Teramo, Luisa, che odorava di casa di
campagna in estate. “Ecco, vedi? Mi ricordo di lei, che era la più brava della
scuola, che il liceo classico di Teramo era un covo di merde e di figli di papà
che giocavano a fare le zecche disadattate. Perfino il tanfo dei corridoi e di
certi professori all’ultima ora…”.
- Ce la fai ad
alzarti?
Su di lei. Avverte
il calore di qualcuno, l’odore della casa di campagna, molto vicino. Un
luccichio nell’oscurità. È Capelli ricci che le sorride. Vorrebbe dirle “no,
non ce la faccio. Aiutami. Aiutami Capelli ricci. Tu sicuramente non ti chiami
così ma tu almeno sai come ti chiami. Tu ridi, sorridi, ma qui non c’è un cazzo
da ridere, dovresti preoccuparti, chiamare aiuto disperarti al mio posto, darmi
voce perché io non ho più voce. Ero su un aereo diretta a casa, e ora sono qui.
Qui dove? Dove sono Capelli ricci? Capelli ricci… e pelle olivastra… e mani
grandi dalle dita affusolate che si avvolgono al petto uno scialle color
salmone… sembri creola, Capelli ricci… non hai il volto minaccioso. Non mi
ucciderai perché mi continui a sorridere e non so, ma il tuo sorriso mi
suggerisce che sono qui da tanto tempo.
Da quanto tempo sono
qui, Capelli ricci? Cosa c’entri tu in questa storia? Perché prima dormivi e
ora non più? È già mattina? E se lo è, perché non me ne accorgo, perché non
sembra, perché quando riesco a disincagliare le palpebre mi sembra sempre
notte?
Di solito preferisco stare dalla parte del finestrino in pullman. Non oggi.
Mi fa male. Mi rode guardare chi rimarrà e si godrà Londra al mio posto. Un giorno ci tornerò con Federico, imparerò a suonare la chitarra e vivremo di musica. Mi piace pensarlo mentre vado via, ma chi voglio fregare... eppure sarebbe così semplice, è così semplice andarsene, ma mi piacerebbe andarmene per scelta, al 100%, senza neanche un briciolo di disperazione. La verità di base è che non voglio tornare in Italia, anzi non voglio tornare a Roma perché Roma è una città di merda e Sorrentino potrebbe uccidere anche dieci turisti giapponesi al cospetto della grande bellezza, ma la maggior parte degli immigrati nella capitale del mondo (morente) si ricorda solo la grande Prenestina, o la grande Tiburtina... ho bisogno di ordine, o almeno di disordine che almeno provi a trasformarsi in altro...
"E' occupato questo posto?".
Alzò la testa, un volto familiare le sorrideva.
"Mariiiiiii!!!!! Che bello, facciamo il viaggio insieme!!"
Si spostà per far passare la ragazza che intanto
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